Assessore alla Regione Piemonte

Illuminato stratega della programmazione agraria

Franco Revelli

Ho conosciuto Bruno Ferraris a metà degli anni sessanta e ho collaborato con Lui per quasi due decenni sia nel Comitato regionale piemontese del PCI sia in Consiglio Regionale. Bruno Ferraris è stato un comunista che ha assunto sin dall’impegno giovanile antifascista la democrazia quale campo politico in cui realizzare le lotte di emancipazione e giustizia del mondo del lavoro. Ricordare, oggi, in piena crisi della sinistra, la sua figura politica, il suo impegno di dirigente del PCI e del PDS/DS, il profondo rispetto delle Istituzioni con cui ha svolto il ruolo di Consigliere e Assessore regionale del Piemonte è già una risposta al moltiplicarsi dei segnali di allarme sulla perdita di memoria collettiva, sull’affievolirsi degli ideali antifascisti, sul valore dell’impegno politico.
Riassumo in tre considerazioni l’impegno, in quegli anni 60/70, di Bruno Ferraris. La prima riguarda lo stile, la presenza politica di Bruno. Incarnava l’identità del PCI e la funzione del partito con la sua capacità di essere in sintonia con il mondo del lavoro ed al tempo stesso portatore dei problemi, delle difficoltà di un mondo agricolo lontano nella stragrande maggioranza dalla sinistra, ma che il movimento operaio non poteva e non doveva ignorare. Riteneva che il passaggio dell’Italia da paese prevalentemente agricolo a paese prevalentemente industriale impegnasse il movimento operaio e i comunisti nella costruzione di uno schieramento sociale riformatore e che per conseguire questo fondamentale obiettivo fosse necessario superare i limiti culturali del movimento operaio rispetto al ruolo dell’agricoltura.
Fu protagonista di questa battaglia culturale nel Pci e nell’insieme della sinistra ricordando che l’agricoltura era stata concepita ed emarginata a settore residuo con la convulsa politica industriale degli anni ’60 che aveva provocato la fuga e l’abbandono non fisiologico, ma patologico dalle campagne.
Per Ferraris l’agricoltura poteva essere una leva di cambiamento e di sviluppo se si prendeva atto che gli agricoltori erano “una minoranza” di occupati ai quali, però, era, di fatto ormai, affidata la responsabilità della maggioranza del territorio regionale piemontese sia per quanto atteneva alla qualificazione della produzione sia per la preservazione del territorio, i trasporti, l’energia, l’uso delle acque, l’organizzazione di servizi (scuola, sanità).
Un territorio esteso con una miriade di piccoli comuni di montagna, collina e pianura e centinaia di sindaci legati al mondo agricolo ed alla tradizione democristiana: una grande questione politica oltre che economica e sociale.
Si doveva aprire un dialogo con le organizzazioni del settore e gli Enti Locali sulla base di una proposta, di un patto tra agricoltura, società, corpi intermedi e istituzioni anche in funzione della nuova politica agricola della CEE.
Questa battaglia Ferraris la portò a buon fine nel PCI, non da solo, ma con una grande autorevolezza e competenza suscitando interesse, e conseguenti alleanze, anche nel mondo intellettuale. Presentare la questione agraria nei suoi complessi aspetti produttivi, di difesa e protezione del territorio e di corretto utilizzo delle risorse fu una strategia vincente e, pensando all’oggi, estremamente attuale. La seconda fa riferimento alla consapevolezza di Ferraris della inadeguatezza delle istituzioni sia elettive sia dei corpi intermedi per affrontare una politica di modernizzazione dell’agricoltura quale parte integrante di un programma di riforme proposto dalla sinistra.
La prima legislatura regionale, costituente, coincise con la crisi energetica e fu impegnata nell’individuare nuovi strumenti istituzionali di partecipazione e gestione. La definizione del territorio per istituire le Comunità Montane, il dibattito sui comprensori ed i circondari, l’elaborazione della proposta per l’ESAP (Ente di sviluppo agricolo Piemontese) sul terreno istituzionale e su quello sociale la promozione di una nuova classe dirigente del partito competente in agricoltura, lo sviluppo della Alleanza dei Contadini in grado di dialogare e promuovere iniziative con il movimento dei giovani Coltivatori diretti e le loro proposte riformatrici e il costante coinvolgimento della CGIL.
La Commissione regionale agricoltura del PCI divenne sede di discussione politica, di incontri con forze politiche, sociali, le istituzioni universitarie e di ricerca e Ferraris ne fu un solerte ed attento animatore. L’iniziativa politica di quegli anni creò le premesse, assumendo il governo della Regione nel 1975, di promuovere un piano di sviluppo agricolo profondamente innovativo.
La terza considerazione sottolinea due aspetti. Il primo riguarda la creazione degli strumenti istituzionali ai quali ho accennato e il conseguente vasto processo partecipativo alla costruzione della programmazione agraria della Giunta di sinistra. Ricordo ancora la numerosa partecipazione del mondo agricolo, delle associazioni professionali, dei partiti, l’interesse e la qualità dei dibattiti che per mesi si svolsero nei consigli comprensoriali, nelle riunioni per i piani di zona, negli Enti Locali, il ruolo organizzativo essenziale dell’ESAP. Il coinvolgimento dei soggetti interessati e più in generale dei cittadini nel concorrere alle decisioni è la via maestra.
Il secondo attiene alle scelte presentate dagli indirizzi di programmazione regionale presentati da Ferraris e approvati dalla Giunta Regionale.
Come dimostra il dibattito promosso dalla Fondazione Agnelli, Ferraris fece la scelta di mantenere e promuovere il massimo di occupazione in agricoltura. L’opinione del Presidente dell’ESAP, del Direttore regionale della Coldiretti, di alcuni professori universitari era favorevole ad una modernizzazione della agricoltura più “industriale”, apparentemente più competitiva. Ferraris scelse di salvaguardare il più possibile le risorse umane presenti e non ancora coinvolte nell’esodo verso l’industria, convinto che rispetto ad una ristrutturazione radicale dell’agricoltura fosse utile fare la scelta del soggetto sociale “coltivatore diretto”, accompagnando questa scelta con investimenti, contributi, assistenza tecnica, iniziative diffuse di formazione professionale.
La scelta si rivelò giusta e contribuì alla crescita di una imprenditoria agricola diffusa. Bruno Ferraris, dirigente politico e assessore regionale, ha svolto con tenacia e successo il suo compito in un periodo (mi riferisco al decennio 70/80) di profondo sommovimento sociale e politico, dimostrando che la politica è sempre impegno di conoscenza e di analisi attenta della società.

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